Qualcosa camminava, con una certa lentezza, lungo la spina dorsale della Signorina Wilson.
Qualcosa camminava, con una certa lentezza, lungo la spina dorsale della Signorina Wilson.
La stanza con il letto bianco, i due divanetti, il puff color giallo ocra e l'armadio chiuso da un chiavistello, era alquanto silenziosa: il televisore al plasma non aveva bevuto un briciolo di corrente, astenendosi, così, dal dire la sua. La Signorina Wilson meno che mai avrebbe disquisito in solitario quella sera, se apriva bocca era solo per allentare la tensione accumulata, appena sotto le tempie, a causa della morsa, troppo stretta, dei suoi denti. Come pesce fuor d'acqua, socchiudeva le labbra nell'improbabile attesa di una minima frequenza che potesse diffondersi nella stanza 208.
Con ordine, questi furono gli oggetti sui quali la Signorina Wilson posò i suoi occhi appena entrata nella stanza 208:
Un tale, di nome Oliviero, aveva colpito non poco la Signorina Wilson: corporatura generosa all'altezza della cintura, capelli brizzolati con attaccatura quanto mai vicina all'arcata sopraccigliare, mani ben curate, occhio vivido e attento; generoso, ma al contempo misurato, con le parole, declinate con grande abilità in inglese, francese e tedesco.
Era tornata da Crepuscolo particolarmente stanca: dalla sua bocca niente più che 2 o 3 frasi circostanziate e di riepilogo lavorativo dopo le quali, l'abitacolo dell'autovettura sulla quale pendolava, era rimasto afono.

Le partenze da Luminaria non erano tutte uguali. La questione metereologica, ad esempio, influiva notevolmente sull'umore della Signorina Wilson, nonché sulla sua capacità, appena messi i piedi a terra scendendo dal letto, di affrontare la sua pendolarità settimanale.

La Signorina Wilson aveva letto che, nel linguaggio dei fiori e della piante, l'azalea significava "felicità misteriosa"...aveva così rapidamente concluso che, dalla fine di Novembre, quella stessa felicità abitava con lei in Via Tal dei Molti e dei Tali, racchiusa in un vaso blu cobalto.
La Signorina Wilson poteva dirsi felice! Felice nonostante fosse rimasta nuovamente sola: evidenza questa, ormai ben tollerata; ciò avrebbe implicato la pressoché totale assenza di particolari propensioni verso le sue minuziose ricerche di intimità e solitudine.
Il dito della Signorina Wilson, immerso nel contenitore trasparente contenente foglie secche profumate al talco, simulava l'azione di un cucchiaino in una tazza da caffè...
Quanto lottava contro la sua implacabile impazienza! La Signorina Wilson aspettava con tutto il cuore quel sabato per veder espresso, in un solo unico grande abbraccio, tutto l'amore che provava..
E se parte dei suoi pensieri li dedicava a costruire immagini fittizie di quell'incontro, con la restante parte, già era arrivata alla domenica, che avrebbe portato con sé una nuova partenza..
Forza, coraggio e determinazione...questa la terzina, collocata in un tempo rigorosamente binario, che avrebbe dovuto e voluto seguire..
E così, con un pianto tutt'altro che liberatorio perché soffocato, la Signorina Wilson cedeva all'eccessiva stanchezza, ai troppi pensieri, alle emozioni forti vissute e a quelle che si preannunciavano. Non ne poteva più, era il caso di dirlo.
Forte si, ma non indistruttibile. Era certa, tuttavia, che in quel pianto, versato su uno dei marciapiedi di Crepuscolo, non vi era manifestazione alcuna di cedimento psicologico o quant'altro, ma solo il bisogno di liberare se stessa dall'idea che il suo corpo potesse diventare, in breve tempo, un contenitore ermetico di sentimenti, buoni o cattivi che fossero.
La Signorina Wilson, in fondo, funzionava con ingranaggi banalissimi ancorché impeccabili: rivivere il calore del suo prezioso affetto forzatamente lontano, riconoscere il profilo di Luminaria e della sua casina, le avrebbe ridato energia...
Aspettava solo, anche quella sera, che arrivasse il momento di poter montare sulla macchina e ripercorrere quei 290 km che erano tutti lì, uno ad uno, nella sua memoria e che separavano le due città tra le quali pendolava...
La Signorina Wilson aveva vissuto proprio lì a Crepuscolo, luogo dal quale mai niente si sarebbe aspettata, una delle esperienze più intense, coinvolgenti ed emozionanti di cui aveva memoria: un concerto...anzi, non un concerto, ma il concerto! Il cantante, conosciuto solo poco più di due anni prima, aveva portato la Signorina Wilson in mondi sonori a lei completamente sconosciuti. Questo avvicinamento, graduale ma significativo, si era concretizzato completamente in quelle 2 ore ininterrotte di marea sonora nella quale, con piacere, si era fatta travolgere.
Stordita, appagata e felice di aver visto cadere, una ad una, ogni sua resistenza e timidezza, vedeva chiudersi dietro le spalle, la porta della stanza 316..
Ma quel giorno era nato per essere speciale, unico: in un messaggio, letto sul piccolo schermo del suo cellulare, c'erano le 2 parole più importanti della sua vita, che si erano arrestate lì, tra gli occhi e il cuore, tra un respiro e un grido soffocato, tra la gioia sognata e quella che avevo visto, quella sera, divenire realtà.
La Signorina Wilson non amava affatto spostarsi in treno...tanto meno quando il tragitto da compiere era quello tra Luminaria e Crepuscolo. Iniziava, per altro, a convincersi che questa antipatia potesse, in qualche modo, essere reciproca. Per quale ragione, però, un treno dovrebbe avercela con la Signorina Wilson? Forse perché, con una puntualità disarmante ancorché disattesa, gli scioperi si verificavano solo in coincidenza delle sue partenze? Forse perché, per una particolare congiunzione astrale, proprio nei dintorni del suo posto (lottato anche se prenotato) volteggiava un elefante volante...(chiamava così le falene) dal quale non avrebbe potuto né scappare né dichiarare guerra, per la presenza di troppe teste ciondolanti di sonno che le impedivano ogni movimento...
Di tutto un po' si direbbe, ma lei preferiva dire: "di poco molto...", se non altro avrebbe potuto indirizzare le sue energie verso scopi precisi, tipo zampine filiformi attaccate a corpi ciccioni e pelosi...no, le falene proprio non le sopportava..
Un'altra ora ancora e uno scorcio di Crepuscolo sarebbe stato incorniciato dal finestrino del treno..
Queste le fasi che la Signorina Wilson era solita attraversare per compensare un suo difetto di comprensione immediata di un evento o una circostanza:
Sembrerà strano...ma lei funzionava così. Era fermamente convinta che dovesse esserci un momento per la comprensione (che per lei significava attraversare i 9 punti della lista), e un tempo per aprire gli occhi su una prospettiva completamente mutata: primo e secondo atto di una commedia senza autori né registi.
Lei chiamava queste situazione le "sue discontinuità"...parafrasando concetti matematici che l'avevano accompagnata durante gli studi universitari...
Questa che stava vivendo era una discontinutà inequivocabile. Non avrebbe più coperto il suo volto di una luttuosa e sconcertante austerità.
Avrebbe riscoperto la sua individualità.
Questo il primo punto di vista della Signorina Wilson quella mattina...
C'è chi con una gru e con l'altezza di tanti palazzi grigi è capace di fare dell'arte apprezzabile...ma la Signorina Wilson certe velleità artistiche non le possedeva proprio, ancorché non disdegnasse l'arte! Tuttavia, preferiva continuare a credere che gli occhi del suo amato Rock fossero più espressivi del sorriso della Gioconda o della linguaccia di Eistein...con quel pensiero iniziava la sua giornata.