29/05/10

La caduta di un funambolo...

Erano giorni strani per la Signorina Wilson.

Camminava sul filo del rasoio, si sentiva un funambolo che, nonostante alle prime armi, aveva il coraggio sfrontato di compiere la sua prima impresa, nel vuoto più profondo, nel crepaccio più scosceso, là dove neanche l'erbaccia aveva l'audacia di far radicare alcuna delle sue sottili radici.

Erano giorni in cui le discussioni erano alimentate dall'insoddisfazione, dalla voglia di fare parimenti a quella di non poter fare.

Erano solamente dei giorni come altri, sottratti al tedio della rassicurante quotidianità in cui inghiottire azioni e parole diveniva realmente il primo stadio di una digestione lenta e non certo auspicabile.

Le funi di chi, come Lei, prestava la sua attuale vita all'arte del funambolismo,  si assottigliano a forza di percorrerle, si lesionano se non curate, fino a spezzarsi.

Ma la caduta, rifletteva la Signorina Wilson, poteva  anche diventare un salto nella libertà, non soltanto un mero inchino all'onnipresente gravità.

Stringeva le spalle, come se un brivido freddo le avesse percorse, e misurando la soddisfazione dei suoi occhi posarsi sui profili interni della sua casa, afferrava una sola idea: l'attesa di una rottura non vale il coraggio di un salto a braccia aperte.

23/05/10

Le nuvole

Nello spazio di 5 minuti poteva accadere di tutto:
  1. addormentarsi davanti ad un film;
  2. rispondere ad una telefonata inaspettata;
  3. comporre un numero di telefono caduto in disuso nella propria rubrica;
  4. scrivere un messaggio contenente tante parole quanti sono gli umori espressi da un qualunque volto;
  5. ammirare i raggi del sole cadere a picco sull'asfalto davanti casa;
  6. fare lo sbadiglio più lungo ed appagante dell'intera settimana;
  7. riassettare il letto disfatto, contenitore dei sogni che al mattino sfuggono anche alla memoria più acuta;
  8. ....
Ecco, nessuna delle precedenti cose era accaduta alla Signorina Wilson che, sola e abbandonata in una posa da quadro ottocentesco, rifletteva sul suo divano.

Nello spazio dei suoi personali 5 minuti era accaduto che un sole da fare invidia a quello di Ferragosto, capitolasse, nella sua apparente fissità, dietro un cumolonenbo fantozziano che aveva deciso di tirare lo sciacquone di casa, proprio nell'esatto istante in cui l'orma della Signorina Wilson si era impressa sulla terra rossa del campo vicino casa.

A denti stretti e braccia conserte, l'unica corsa che in quel pomeriggio le era stata concessa era quella per raggiungere la macchina che mostrava strenuamente la sua capacità di galleggiare nella pozzanghera che, con una certa rapidità, si era formata attorno alle ruote anteriori.
Nel più banale dei giochi di associazione mentale, una sola era stata la canzone che si era impossesata dei timpani, fino ad allora vuoti di parole, della Signorina Wilson:

Le Nuvole

Vanno,
vengono,
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo,
sembra che ti guardano con malocchio.

Certe volte sono bianche
e corrono 
e prendono la forma dell'airone
o della pecora
o di qualche altra bestia,
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri.

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti.
Certe volte ti avvisano con rumore.

Vanno,
vengono,
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto in cui stai.

Vanno,
vengono,
per una vera 
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.

-F. De André-

18/05/10

Paradossi nel collo della bottiglia di Klein...

L'incertezza nella vita della Signorina Wilson stava nuovamente prendendo il sopravvento: si sentiva sbirciata, violata nella tranquillità della sua casa, studiata da due occhi, di natura affatto gentile, che le avrebbero svelato presto una nuova quotidianità.


Tradotto in altri termini, questo avrebbe causato l'interruzione di molte sequenze di azioni ripetitive, e quasi inconsapevoli, su cui si basava una sua qualunque settimana.

Ricamate, con dovizia di particolari, nuove motivazioni e nuovi obiettivi, la naturale "conseguenza costruttiva" sarebbe stata fluire in nuove reti di persone e conoscenze con cui generare altrettante forme di quotidianità.

Consapevole di questo assunto, e con sua incredibile meraviglia, si riscopriva a stringere la presa sul suo odiato pendolare tra Crepuscolo e Luminaria, sui sospiri del Martedì mattina e sui sorrisi del Giovedì sera, sulla stanchezza per una vita che scorreva battendo secondi, minuti ed ore mai totalmente suoi.

La Signorina Wilson era così rapidamente giunta al paradosso più incredibile della sua recente vita che aveva imbrigliato, suo malgrado, in un collo di bottiglia...non una qualunque, ma quella dell'amico Klein : se era stato possibile definire una superificie senza "interno" né "esterno", allo stesso modo, era possibile dichiarare "estrema concretezza" ciò che la sua bocca aveva sempre deprecato come "estrema incertezza".
Ne sarebbe forse uscita?

07/05/10

Un abbraccio commosso all'arredamento...

"Amo la pioggia, lava via le memorie dai marciapiedi della vita..."
- Woody Allen -

"E quanti mai saranno i marciapiedi lavati nelle ultime due settimane?", si ripeteva la Signorina Wilson...

La pioggia scivolava sul suo volto non per bagnarlo, bensì per sporcarlo di una prepotente irrequitezza che sconfinava immancabilmente in stanchezza.

Quella mattina la Signorina Wilson l'aveva spesa nel compiere quanti più gesti, doveri, lavori, attitudini fisiche e psicologiche, mestieri e inciampi, fosse stata capace di portare a termine con cura e raccapricciante zelo.

Il teatrino delle buone intenzioni avrebbe avuto luogo fino a quando il cellulare, appoggiato sul tavolino di cucina, non si fosse animato di suoni e luci...bene auguranti per la notizia che, sperava, avrebbero portato con sé.

Lo squillo si era fatto attendere circa 5 ore. 

La successiva lieve pressione del dito pollice della Signorina Wilson sul tasto, contrassegnato da una cornetta rossa, aveva reso  il cielo sopra la sua testa, azzurro nonostante la pioggia non avesse ceduto al sole il terreno ed i marciapiedi che stava lavando con tanta persistenza.

La buona notizia era arrivata: l'intervento, per quanto delicato, era andato a buon fine.

"Un abbraccio commosso all'arredamento...", contenitore di tanta ansiosa attesa.

03/05/10

Accomodatevi pure nel mio salotto...

La vita della Signorina Wilson quel fine settimana si era dispiegata, srotolata e distesa quasi interamente nel suo salotto...la pioggia non aveva lasciato alcuna tregua: batteva forte sulle strade, forte sui gerani del balcone, forte sui vetri delle camere, forte sugli ombrelli di coloro che, nonostante tutto, non cedevano il passo all'umidità della giornata pur di mettere il proprio naso fuori di casa...

In un contesto così sfavorevole il peso della malinconia avrebbe, probabilmente, colto alla sprovvista anche chi, distrattamente, si soffermasse a leggere queste poche righe...

Tuttavia nell'animo della Signorina Wilson spirava un vento di scirocco: caldo, prepotente nella sua forza...ma certamente ottimo, a suo avviso, per procedere di alcune miglia nella navigazione e nelle sue fluttuazioni mentali.

Il viaggio non era in solitario...disteso sul divano alla sua sinistra c'era di nuovo Lui che condivideva con Lei uno sguardo attento e puntuale verso lo schermo della TV che trasmetteva la finale degli internazionali di tennis...sotto il cielo di una Roma altrettanto bagnata.
Uno scatto perfetto nella sua semplicità.
Geniale nell'improvvisazione.
Caldo perché svincolato da ogni convinzione ed imposizione...