29/05/10

La caduta di un funambolo...

Erano giorni strani per la Signorina Wilson.

Camminava sul filo del rasoio, si sentiva un funambolo che, nonostante alle prime armi, aveva il coraggio sfrontato di compiere la sua prima impresa, nel vuoto più profondo, nel crepaccio più scosceso, là dove neanche l'erbaccia aveva l'audacia di far radicare alcuna delle sue sottili radici.

Erano giorni in cui le discussioni erano alimentate dall'insoddisfazione, dalla voglia di fare parimenti a quella di non poter fare.

Erano solamente dei giorni come altri, sottratti al tedio della rassicurante quotidianità in cui inghiottire azioni e parole diveniva realmente il primo stadio di una digestione lenta e non certo auspicabile.

Le funi di chi, come Lei, prestava la sua attuale vita all'arte del funambolismo,  si assottigliano a forza di percorrerle, si lesionano se non curate, fino a spezzarsi.

Ma la caduta, rifletteva la Signorina Wilson, poteva  anche diventare un salto nella libertà, non soltanto un mero inchino all'onnipresente gravità.

Stringeva le spalle, come se un brivido freddo le avesse percorse, e misurando la soddisfazione dei suoi occhi posarsi sui profili interni della sua casa, afferrava una sola idea: l'attesa di una rottura non vale il coraggio di un salto a braccia aperte.

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