06/05/11

Storie di balocchi e giostrine

La Signorina Wilson non aveva mai amato i parco giochi. Amava solo i parchi senza i giochi.
Aveva sempre pensato che le fiere di paese fossero soltanto una inutile movimentazione di gente che, senza apparente scopo, si disperdeva tra bancarelle  di vario genere affogando i propri denti su indecenti porzioni di zucchero colorato.

Rispondeva, a chi glielo avesse chiesto, che la confusione era quanto di più lontano potesse esistere da lei.

Nonostante la doverosa premessa, qualche affinità tra quel mondo trasudante di urla e i suoi balocchi mentali doveva pur esserci; dimostrazione ne era stata la lunga pausa che la Signorina  Wilson si era concessa nel seguire, scatto dopo scatto, l'evoluzione dell'ottovolante o del più rassicurante  brucomela.  
Le acrobazie aeree dei trabiccoli di allora come delle talentuose macchine moderne, erano del tutto simili alle escursioni termiche, mentali, psicologiche e morali della Signorina Wilson che nel suo disperato tentativo di atterrare sana e salva da qualche parte si riscopriva abilissima nei tripli salti mortali o in quelli in avanti con doppio avvitamento.

Quindi lei era una giostra con soli due posti disponibili. Modesta forse, ma colorata di un'unica tinta accesa e calda, affatto eccessiva ma certamente concreta,  blandamente cigolante ma pur sempre sicura.
In unico sorriso volava, dagli angoli della bocca della Signorina Wilson, l'ardito paragone...

"Che la giornata abbia dunque inizio!".

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